Lea Garofalo e Denise Cosco

Lea Garofalo e Denise Cosco

Lea Garofalo e Denise Cosco

Il dolore che non si estingue: quando il lutto di mafia uccide due volte.

Denise aveva trentacinque anni, la stessa età di sua madre Lea Garofalo quando fu rapita, torturata e bruciata per aver scelto di dire no alla ‘ndrangheta.
Il 10 settembre Denise si è tolta la vita.
Non è una nota a margine della storia di Lea: è la storia di Lea che continua a produrre morte, sedici anni dopo.
Chi si occupa di tutela dei congiunti di vittime di mafia conosce bene questa seconda vittima, silenziosa e spesso dimenticata: il familiare che sopravvive.
Sopravvive al lutto, alla ricostruzione mediatica dell’omicidio, ai processi che durano anni, all’assenza dello Stato quando la protezione promessa si dirada in solitudine.
È un dolore che non si esaurisce mai, perché si rinnova ogni volta che il nome della vittima primaria torna sui giornali.

Da giurista, mi chiedo se questo dolore prolungato, quando sfocia in un gesto estremo, possa e debba trovare un riconoscimento giuridico.

Il diritto riconosce il nesso di causalità anche quando la conseguenza dannosa si manifesta a distanza di anni, purché sia collegata senza soluzione di continuità all’evento originario.
Se un omicidio di mafia genera un dolore che, per le sue caratteristiche di intensità e durata, priva una persona della capacità di continuare a vivere, e ciò può essere provato, quel dolore è ancora conseguenza del fatto illecito — e come tale merita di essere considerato nella valutazione del danno subito dalla famiglia.
Non si tratta di analisi concettuali astratte ma il tentativo di dare un nome nel diritto a una sofferenza allo stato poco presa in considerazione e che nei familiari determina in alcuni tragici casi una doppia perdita.
Occupandomi da sempre delle vittime di tutte le mafie, in questo momento tragico mi sono posto alcune domande e mi piacerebbe tanto trovare le giuste risposte per queste persone che non finiscono mai di soffrire.
Avv. Salvatore Ferrara

 

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